Vendere o condividere ?

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Voglio aprire una riflessione su alcuni passi del Vangelo nei quali Gesù invita a vendere i propri beni per darli ai poveri. Vediamoli.

Italiano: Falce e Martello: simbolo del Comuni...

Italiano: Falce e Martello: simbolo del Comunismo che rappresenta l'unione dei lavoratori delle campagne (Falce) e delle città (Martello). (Photo credit: Wikipedia)

Matteo 19,21
Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».

Marco 10,21
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».

Luca 18,22
Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi».

Ho già spiegato in un precedente articolo che, dal mio punto di vista, il vendere tutto per distribuire il ricavato ai poveri, in questo mondo, in una economia di mercato basata sulla legittimazione della Proprietà Privata, non ha alcun senso ed è una politica fallimentare, come lo è stata l'ideologia comunista che espropriava senza delegittimare la Proprietà che restava saldamente nelle mani dello Stato.

Mauro Biglino, famoso studioso e traduttore di testi biblici, ha fatto interessanti commenti e osservazioni reperibili online su YouTube su questi passi evangelici, dicendo che se i preti, nelle loro omelie in chiesa, invitassero i fedeli a fare come dice Gesù in quei versetti, perderebbero tutti i fedeli in pochi minuti. Mauro Biglino ha ragione, perché lui legge quello che c'è scritto nei testi biblici senza tante interpretazioni di comodo, per dare la possibilità ai veri cercatori di Dio di trovare il vero Dio liberandosi dall'idea di un dio falsamente costruito su testi che di Dio hanno poco a che vedere.

Il fatto è che quelle parole, messe in bocca a Gesù dagli evangelisti, sono coerenti con la logica liquida (di acqua) del mondo pagano e non con la logica di Gesù, perché Gesù nella sua logica liquida invita a seguire Giovanni Battista il quale invitava a condividere i beni (Lc.3,11) e non invitava a espropriarsi del necessario. Il "vendere", nella logica liquida del mondo pagano, presume la legittimazione della Proprietà Privata. Quando si legittima la Proprietà Privata, si legittima un padrone e si legittima un servo, perché non c'è un padrone senza un servo e non c'è un servo senza un padrone. Di conseguenza, con la legittimazione della Proprietà Privata si legittima la legge del più forte, la legge del padrone, si legittima la schiavitù e lo "sfruttamento" del servo da parte del padrone.

"Vendere" e "condividere" sono verbi dal significato profondamente diverso ed uno esclude l'altro, perché ciò che viene condiviso tra tutti non è possibile venderlo senza il consenso di tutti. Di conseguenza, se non è possibile vendere ciò che si condivide, vuol dire che non c'è più un proprietario, non c'è più un padrone e quindi non c'è più un servo, ma ci sono solo tanti amici (Gv.15,15) che tengono tutto in comune.

Quindi cosa ha probabilmente realmente detto Gesù al giovane ? Secondo me ha detto: "Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi condividi tutto quello che hai, distribuiscilo ai condividilo con i poveri e avrai sarai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi».

Lotta per il potere

Lotta per il potere (Photo credit: Wikipedia)

La parola "potere" come sostantivo maschile ha diversi significati e definizioni, fra questi il dizionario Zingarelli dà: "Facoltà di operare secondo la propria volontà" che equivale alla definizione di "comandare": "Imporre autorevolmente la propria volontà, manifestarla affinché sia eseguita".

La parola "ubbidienza" invece fa riferimento all'atto dell'obbedire che secondo il dizionario Zingarelli significa: "Fare ciò che altri vuole, eseguire gli ordini, i consigli, i suggerimenti di qualcuno".

Come il Comando genera l'Ubbidienza, così la Proprietà genera l'Esproprio.

In ogni sfera sociale, dalla più alta alla più bassa, quando l'uomo non è più isolato, cade sotto la legge di un capo. Ma vediamo cosa dice lo psicologo francese Gustav le Bon in merito. La maggior parte delle persone sono incapaci di guidarsi. Il condottiero serve loro da guida. Può essere sostituito, ma non in modo completo, da quelle pubblicazioni periodiche che fabbricano delle opinioni per i loro lettori e procurano loro "frasi fatte" dispensandoli dal riflettere e dal ragionare. L'autorità dei condottieri è molto dispotica, e non arriva ad imporsi che con questo dispotismo. Si è notato come si facciano ubbidire facilmente, senza tuttavia possedere nessun mezzo per appoggiare la loro autorità, tra gli operai più turbolenti. Essi fissano le ore di lavoro, i salari, decidono gli scioperi, li fanno cominciare o cessare a ore fisse.

Si può fare una divisione abbastanza netta nella classe dei condottieri. Gli uni sono uomini molto energici, dalla volontà tenace, ma momentanea; gli, altri, molto più rari, possiedono una volontà forte e tenace nello stesso tempo.

Joachim Murat

Joachim Murat (Photo credit: Wikipedia)

I primi sono violenti, arditi. Sono utili specialmente per dirigere un colpo di mano, per trascinare le masse nonostante il pericolo, e trasformare in eroi le reclute del giorno prima. Così furono, ad esempio, Ney e Murat, sotto il primo Impero. E così fu Garibaldi, uomo del popolo, ma energico, che riuscì con un pugno d'uomini, ad impadronirsi dell'antico regno di Napoli difeso da un esercito disciplinato. Ma se l'energia di simili condottieri é potente, è però momentanea e non sopravvive al movente che l'ha creata. Rientrati nella corrente della vita ordinaria, gli eroi spesso danno prova di una sorprendente debolezza, come quelli che ho citato dianzi. Sembrano incapaci di riflettere e di comportarsi nelle circostanze più semplici, dopo aver così ben guidati gli altri. Questi agitatori possono esercitare la loro funzione soltanto alla condizione d'essere stimolati essi stessi e eccitati continuamente, di sentire sempre sopra di loro un uomo o un'idea, di seguire una linea di condotta ben definita.

La seconda categoria, degli agitatori, quella degli uomini dalla volontà durevole, esercita una influenza più notevole, ma con forme meno appariscenti. In essa si trovano i veri fondatori di religioni o di grandi opere: S. Paolo, Maometto, Cristoforo Colombo, Lesseps. Intelligenti o senza ingegno, la folla sarà loro. La volontà persistente che essi possiedono è una dote infinitamente rara e infinitamente potente che fa piegare tutto. Di solito non ci si rende abbastanza conto di quanto può una volontà forte e continua. Nulla sa resisterle, né la natura, ne gli dei, né gli uomini.

Quando si tratta di esaltare per un momento una folla e di condurla a commettere un atto qualsiasi saccheggiare un palazzo, farsi massacrare per difendere una barricata, bisogna operare su di essa con mezzi rapidi di suggestione. Il più energico è l'esempio. E' allora necessario che la folla sia preparata da talune circostanze, e che colui il quale vuol trascinarla possieda la qualità che io studierò più oltre sotto il nome di prestigio.

Quando si tratta di far penetrare lentamente idee e credenze nello spirito delle folle - le teorie sociali moderne, ad esempio - i metodi dei condottieri sono diversi. Essi sono principalmente ricorsi a questi tre procedimenti: l'affermazione, la ripetizione, il contagio.

L'affermazione pura e semplice, svincolata da ogni ragionamento e da ogni prova, costituisce un sicuro mezzo per far penetrare un'idea nello spirito delle folle. Più l'affermazione è concisa, sprovvista di prove e di dimostrazione, più essa ha autorità: I libri religiosi e i codici di tutte le epoche hanno sempre proceduto per semplice affermazione. Gli uomini di Stato chiamati a difendere una causa politica qualunque, gli industriali che diffondono i loro prodotti con annunci, conoscono il valore dell'affermazione. Quest'ultima non acquista tuttavia reale influenza se non a condizione d'essere costantemente ripetuta, e il più possibile, negli stessi termini. Napoleone diceva che esiste una sola figura seria di retorica, la ripetizione.

La cosa affermata riesce a stabilirsi negli spiriti a tal punto da essere accettata come una verità dimostrata. Ben si comprende l'influenza della ripetizione sulle folle, vedendo quale potere essa esercita sugli spiriti più illuminati.

La cosa ripetuta finisce difatti per attecchire in quelle regioni profonde dell'inconscio in cui si elaborano i motivi delle nostre azioni. In capo a qualche tempo, dimenticando quale è l'autore della affermazione ripetuta, finiamo per credervi. In tal modo si spiega la forza mirabile dell'annunzio. Quando abbiamo letto cento volte che il miglior cioccolato è il cioccolato X, noi ci immaginiamo d'averlo inteso dire di frequente e finiamo per averne la certezza. Persuasi da mille attestazioni che l'intruglio Y ha guarito i più grandi personaggi dalle più tenaci malattie, il giorno in cui siamo colti da una malattia dello stesso genere, finiamo per essere tentati di provarla. A furia di veder ripetere dallo stesso giornale che A è un perfetto cretino e B un onestissimo uomo, finiamo per esserne convinti, considerato, s'intende, che non leggiamo di frequente un altro giornale d'opinione contraria, in cui i due qualificativi siano invertiti.

L'affermazione e la ripetizione sono abbastanza potenti per potersi combattere. Quando un'affermazione è stata sufficientemente ripetuta, con unanimità nella ripetizione, come capita in certe imprese finanziarie, si forma ciò che si chiama una corrente d'opinione e il potente meccanismo del contagio interviene.

Nelle folle, le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze possiedono un potere contagioso, intenso quanto quello dei microbi. Questo fenomeno sì osserva negli stessi animali non appena essi costituiscano una folla. Il tic di un cavallo in una scuderia è in breve tempo imitato dagli altri cavalli della medesima scuderia. Una paura, un movimento disordinato di qualche pecora, si propagano in breve a tutto il gregge. Il contagio delle emozioni spiega la subitaneità del panico. I disordini cerebrali, come la pazzia, si propagano anche per contagio. Si sa quanto è frequente l'alienazione negli alienisti. Si citano anche forme di pazzia, l'agorafobia (paura di attraversare un luogo aperto, come una grande piazza), ad esempio, comunicate dagli uomini agli animali.

A diagram of influenza viral cell invasion and...

A diagram of influenza viral cell invasion and replication. (Photo credit: Wikipedia)

Il contagio non esige la presenza simultanea di individui in uno stesso luogo; esso può verificarsi a distanza, sotto l'influenza di certi avvenimenti che orientano gli spiriti nello stesso senso e che danno i loro particolare carattere alle folle, soprattutto quando esse sono preparate dai fattori lontani che ho studiato più sopra. Così, ad esempio, l'esplosione rivoluzionaria del 1848, partita da Parigi e che si propagò improvvisa a una gran parte dell'Europa e scosse parecchie monarchie.L'imitazione, alla quale si attribuisce tanta influenza nei fenomeni sociali, non è in realtà che un semplice effetto di contagio. Avendo altrove la sua funzione, mi limiterò a riportare ciò che ne dicevo, or è molto tempo, e quel che è stato svolto da altri scrittori.

« Come l'animale, l'uomo ha tendenza ad imitare. L'imitazione è un bisogno per lui, a condizione, beninteso, che questa imitazione sia facile, e da questo bisogno nasce la moda. Si tratti di opinioni, di idee, di manifestazioni letterarie, o semplicemente di costumi, quanti osano sottrarsi al suo impero? Le folle si guidano con dei modelli, non con argomenti. In ogni epoca, un piccolo numero di individui imprimono quell'impulso che poi la massa inconsciamente imita. Questi individui però non devono allontanarsi troppo dalle idee ricevute. Imitarli diventerebbe allora troppo difficile e la loro influenza sarebbe annullata. Questa è la ragione per cui gli uomini troppo superiori alla loro epoca non hanno generalmente nessuna influenza su di essa. E ancora per la stessa ragione gli Europei, con tutti i vantaggi della loro civiltà, esercitano un'influenza insignificante sui popoli d'Oriente. « La duplice azione del passato e dell'imitazione reciproca, finisce col rendere tutti gli uomini di uno stesso paese e di una stessa epoca simili a tal punto che perfino in quelli che sembrerebbe dovessero maggiormente sottrarvisi - filosofi, scienziati, letterati - il pensiero e lo stile hanno un'aria di famiglia che fa subito riconoscere il tempo al quale appartengono. Un momento di conversazione con un individuo qualsiasi basta per conoscere a fondo le sue letture, le sue occupazioni e l'ambiente in cui vive » (Gustav Le Bon. "L'uomo e la società", v. II, p. 116, 1881.).

Il contagio è abbastanza potente per imporre agli uomini non soltanto certe opinioni, ma anche certi modi di sentire. Il contagio fa disprezzare, in una data epoca, un'opera, il Tannhauser, ad esempio, e qualche anno dopo la fa ammirare da quegli stessi che l'avevano maggiormente denigrata. Le opinioni e le credenze si propagano bene per mezzo del contagio, e pochissimo per mezzo del ragionamento.

Le concezioni attuali degli operai vengono apprese all'osteria, con l'affermazione, la ripetizione e il contagio.

Le credenze delle folle di tutti i tempi non si sono formate in altro modo. Renan paragona giustamente i primi fondatori del cristianesimo «agli operai socialisti che diffondono le loro idee di osteria in osteria»; e Voltaire aveva già fatto osservare a proposito della religione cristiana che « per più di cent'anni era stata accolta soltanto dalla più vile canaglia.
»

Negli esempi analoghi a quelli che ho citati, il contagio, dopo aver esercitato la sua influenza nelle classi più basse, passa in seguito alle classi superiori della società. In questo modo, ai nostri giorni, le dottrine socialiste cominciano a guadagnare coloro che, poi, ne sarebbero le prime vittime. Dinanzi al potere del contagio, anche l'interesse personale viene distrutto. E tutto ciò perché ogni opinione diventata popolare finisce con l'imporsi anche alle classi sociali più elevate, per quanto visibile possa essere l'assurdità dell'opinione trionfante.

Questa reazione degli strati sociali inferiori su quelli superiori è tanto più curiosa se si pensa che le credenze delle folle derivano sempre, più o meno da qualche idea superiore che non ha avuto influenza nell'ambiente dove era nata. I condottieri, soggiogati da questa idea superiore, se ne impadroniscono, la deformano e creano una setta che la altera di nuovo, e che la diffonde sempre più trasformata tra le folle.Diventata verità popolare, l'idea risale alla sorgente e allora agisce sulle classi elevate di una nazione. In conclusione è l'intelligenza che guida il mondo, ma lo guida da molto lontano. I filosofi creatori di idee sono da molto tempo scomparsi, quando, per effetto del meccanismo ora descritto, il loro pensiero finisce per trionfare.
Gustav Le Bon



English: bufala

English: bufala (Photo credit: Wikipedia)

Questo sito web ha come nome di dominio dioamore.org e come titolo: Dio + Amore = Gesù e il Vangelo, con sottotitolo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Quello che è riportato nel Vangelo di Giovanni al capitolo 3, versetto 16, è una fake news, una notizia falsa ?

Siamo entrati in Quaresima e i cristiani di tutto il mondo si accingono a festeggiare, con la Pasqua, la risurrezione di Gesù. La risurrezione di Gesù è una fake news, una bufala, una notizia falsa ?

Io non lo so se Gesù è risorto o meno. Ci credo sulla base delle testimonianze dei suoi apostoli tramandata dalla Chiesa e per l'azione dello Spirito. Ma la risurrezione di Gesù, per chi non crede, potrebbe benissimo essere una fake, una bufala, una notizia falsa e tendenziosa diffusa a suo tempo dagli apostoli per loro motivi personali.


Serafino Massoni - FAKE NEWS VERITA' FALSITA'

L'Osservatore Romano

L'Osservatore Romano (Photo credit: Wikipedia)

"Un'altra economia è possibile. Per cambiare le regole di un capitalismo che continua a produrre scarti" è il titolo e il sottotitolo dell'articolo di fondo che il quotidiano politico religioso del Vaticano, L'Osservatore Romano, di oggi domenica 5 febbraio 2017, dedica al discorso del Papa rivolto ai partecipanti all’incontro sull’economia di comunione promosso dal movimento dei Focolari ricevuti nella mattinata di sabato 4 febbraio 2017.

Su questo sito ho già scritto in passato altri articoli in merito all'Economia di Comunione, sottolineando che il problema principale origine di ogni ingiustizia sociale, dal mio punto di vista, risiede nella legittimazione della Proprietà Privata pilastro dell'Economia di Mercato. Non vorrei ripetermi, ma temo di dovermi ripetere.

Nell'articolo sull'Osservatore Romano si legge: "Il Papa ha approfondito tre tematiche riguardanti il denaro, la povertà e il futuro. Riguardo alla prima ha sottolineato l’importanza della «comunione degli utili», perché il denaro «è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli». Altra cosa è farlo diventare idolo, per cui «quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una forma di culto». Quanto alla povertà, il Pontefice ha elogiato le «molteplici iniziative, pubbliche e private» per combatterla. E ha ricordato come «la ragione delle tasse» stia «anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale». Ma nonostante ciò, ha avvertito, «il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare». Un’ipocrisia evidente che va sconfitta puntando a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Riguardo al futuro, infine, Francesco spera in una crescita di questa «esperienza che per ora è limitata a un piccolo numero di imprese». Una speranza ispirata al principio della reciprocità, perché — ha ricordato — «la comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni». L’augurio conclusivo è quello di «continuare ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia», dove «i ricchi sanno condividere le loro ricchezze» e i poveri sono chiamati beati»."

Io sono dell'idea che in una vera economia di comunione i ricchi e i poveri non hanno più motivo di essere chiamati tali perché le risorse appartengono a tutti e tutti dovrebbero essere chiamati beati senza discriminazioni.

Il discorso di Papa Francesco rivolto ai partecipanti all'incontro sull'economia di comunione è interessante. Da come si legge sull'Osservatore Romano e dal link riportato, il Papa dice: "Pensando al vostro impegno, vorrei dirvi oggi tre cose. La prima riguarda il denaro. È molto importante che al centro dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della vita. Molte volte ho parlato del denaro come idolo. La Bibbia ce lo dice in diversi modi. Non a caso la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio (cfr. 2, 13-21). Non si può comprendere il nuovo Regno portato da Gesù se non ci si libera dagli idoli, di cui uno dei più potenti è il denaro. Come dunque poter essere dei mercanti che Gesù non scaccia? ... È stato Gesù, proprio Lui, a dare categoria di “signore ” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due padroni”.".

Per quanto riguarda le tasse da pagare, l'evasione e l'elusione, visto che il Papa accenna alla cacciata dei mercanti dal tempio, ricordo che qualunque tassa da pagare rende il cittadino un suddito, un suddito dello Stato o del re. Infatti, emblematico è l'episodio del Vangelo in cui si chiede a Gesù e ai suoi discepoli di pagare la tassa del tempio. In quell'episodio Gesù risponde che i figli del re non pagano le tasse. Essendo il tempio la "casa" di Dio dove Dio viene visto come un re, è chiaro che gli ebrei ritenendosi figli di Dio e quindi ritenendosi figli del re come si considerava lo stesso Gesù con i suoi discepoli, per loro non ha senso pagare una tassa del tempio, una tassa alla "casa" di Dio. Quelli che pagano le tasse al re non sono i figli del re, ma i sudditi del re.

E' chiaro che pagare le tasse a qualcuno ti rende e ti fa sentire un suo suddito. Ma noi siamo figli e non sudditi. Se non si arriva a concepire lo Stato come un padre e la Chiesa come madre e lo Stato stesso non concepisce i suoi cittadini come figli, lo Stato continuerà sempre a imporre tasse da pagare ai suoi sudditi e i sudditi, proprio perché considerati degli estranei, cercheranno sempre di ribellarsi alle tasse da pagare.

Le tasse sono ingiustizie nell'ingiustizia della Proprietà Privata. Basta pensare alle tasse che lo Stato italiano fa pagare sul lavoro, sui beni primari, sugli affitti commerciali non percepiti per morosità o sulle tasse da pagare sulle fatture commerciali non pagate. In tutto questo la Proprietà Privata svolge il suo bel ruolo di ingiustizia e discriminazione tra chi ha avuto modo di accaparrarsi risorse esclusivamente per se stesso e chi non ha avuto questa facoltà.

Dal mio punto di vista il denaro è una forma di espressione della Proprietà Privata, in particolare della Proprietà mobiliare, insieme alle altre forme di Proprietà Privata: quella immobiliare e quella intellettuale. Quando Gesù dice che non si possono servire due padroni, Dio e il denaro, non fa altro che dire che non si possono servire Dio e la Proprietà Privata.

Poi il Papa prosegue: " ... Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione.".

Per quanto nobile possa essere la condivisione degli utili, la realtà è che in Economia, in una economia di mercato, la definizione di profitto è "l'eccedenza del ricavo lordo delle vendite sul costo totale di produzione". Prima di mettere in comune un profitto occorre realizzarlo e per realizzarlo occorre realizzare dei beni a costi più bassi del prezzo con cui poi vengono venduti.

Questo comportamento di vendere beni e servizi a prezzi più alti dei costi di produzione per realizzare un utile non fa altro che dimostrare la sottomissione di tale comportamento alle regole dell'economia di mercato tradizionale alla cui base ci sta sempre la legittimazione della Proprietà Privata, regole che non hanno niente a che vedere con le regole della vera economia di comunione le quali possono fare a meno della Proprietà Privata e della sua legittimazione, mentre le regole dell'economia di mercato non possono fare a meno della legittimazione della Proprietà Privata. Serve a poco condividere i profitti se poi quei profitti li hai realizzati sottomettendoti alle regole dettate dal padrone al quale tutti ci sottomettiamo: la Proprietà Privata, solo per illuderci di non venire scacciati come mercanti del tempio.




Papa: cambiamo le regole del sistema economico-sociale.

La patria è una sola

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English: Maria Moline, instructor, coaches her...

English: Maria Moline, instructor, coaches her Zumba class through the dance choreography in the Patch Fitness Center in U.S. Army Garrison Stuttgart. (Photo credit: Wikipedia)

Si parla tanto il giorno dell'Epifania sui media di emigrati, immigrati, regolari, irregolari, clandestini, tutte persone, che per svariati motivi, migrano e lasciano la patria, il proprio paese di origine per andare in un altro paese in cerca di una vita migliore.

Ma cosa significa la parola "patria"?

Il vocabolario Zingarelli riporta: "vc. dotta, lat. (tĕrram) pătria(m) ‘terra dei padri’, f. di pătrius"Patria"".

Il dizionario Garzanti riporta come etimologia di "patria": " Etimologia: ← dal lat. patrĭa(m) (tĕrram) ‘(terra) dei padri’, f. sost. dell’agg. patrĭus ‘paterno’. ".

Il vocabolario Treccani riporta: "pàtria s. f. [dal lat. patria, propr. femm. sostantivato (sottint. terra) dell’agg. patrius «paterno»: v. patrio]. – 1. a. Il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni".

Quindi "patria" deriva dal latino sia dal sostantivo pater = padre, dove patris è il genitivo di pater: patris, pl. patrum = "del padre, dei padri", significa terra di origine, terra degli avi, sia dall'aggettivo patrius = paterno.

Osserviamo. Se da un punto di vista cristiano, il padre è uno solo, come lo è anche la Terra, ne consegue che anche la patria, intesa come terra del padre, terra paterna, oppure pianeta Terra, è una sola. Non avrebbe quindi alcun senso parlare di emigrati, immigrati, irregolari o meno, clandestini o meno. La patria è una sola.

Ma questi sono concetti che derivano dal latino, concetti troppo difficili da far capire all'uomo della strada che il latino non lo conosce, tanto meno conosce i Vangeli e non sa vedere oltre il proprio naso.

E allora mettiamolo bene in evidenza:

Matteo 23,9:

"E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo."

Secondo Gesù, poiché il Padre è uno solo e ha come sede il cielo e noi siamo tutti suoi figli, la nostra patria non sarebbe tanto la terra, ma sarebbe il cielo, chiamato anche patria celeste.

Eppure sulla terra c'è chi ha l'arroganza  e la sfacciataggine di discriminare i migranti tra irregolari e regolari, chiamando clandestini gli irregolari, invocando la loro espulsione, dimenticando di essere pure lui un clandestino che sulla terra si nasconde agli occhi del Padre e che presto, volente o nolente, anche lui come tutti migrerà da clandestino, per espulsione, dalla terra al cielo al ritmo dello zumba e del rumba.


This poor, little robot fella panicked and ran...

This poor, little robot fella panicked and ran the other way as soon as its sound sensor registered sound that was just a little bit too loud. Taken during the Scandinavian FLL Project Leader Meeting in Aarhus, February 2006. (Photo credit: Wikipedia)

Lo vedi il video in fondo, a corredo di questo post? E' il video di un robot che ho costruito anni fa con i mattoncini dei Lego e che risolve il rompicapo del cubo di Rubik.

Quel robot, una volta programmato e opportunamente tarato, fa tutto da solo, attraverso un sensore di colore legge il colore delle facce del cubo e dei cubetti, memorizza i colori in memoria, trova la soluzione del cubo eseguendo un programmino di intelligenza artificiale e, attraverso una serie di mosse e rotazioni controllate da un altro sensore di posizione, arriva a risolvere il cubo di Rubik.

I robot sono macchine programmate per automatizzare il lavoro e per sostituire l'uomo stesso nel lavoro affinché sia il robot a lavorare al posto dell'uomo riducendo così il costo della manodopera. In questo modo l'uomo può dedicare più tempo a fare l'amore o a coltivare i suoi hobby senza doversi distrarre dagli impegni lavorativi. A patto però di eliminare la Proprietà Privata in tutti i suoi aspetti. Altrimenti vale il detto della canzone di Adriano Celentano: Chi non lavora non fa l'amore.

Noi, programmatori di computer, conosciamo le potenzialità e i limiti dei robot. I robot sono macchine precise, instancabili, molto sofisticate, ma per quanto intelligenti possono sembrare, sono stupidi e presto prenderanno il posto di molte persone nelle decisioni e nei lavori di routine più comuni e anche in quelli meno comuni. Già ci sono robot che svolgono il lavoro delle prostitute, dei preti, degli avvocati e presto anche quello dei programmatori. In realtà abbiamo già in casa dei robot senza rendercene conto: la lavatrice, l'aspirapolvere, la lavastoviglie, il rasa-erba, il forno a microonde, non sono altro che macchine robot, lavorano al posto nostro.

Ti spaventa la cosa? Hai paura di ritrovarti presto disoccupato e senza stipendio? In una economia di mercato dove vige la legge della domanda e dell'offerta dominata dalla legittimazione della Proprietà Privata e del Capitale, c'è da preoccuparsi se non si trovano nuove forme di economia basate non più sulla legge della domanda e dell'offerta, ma sulla condivisione delle risorse e della conoscenza.

La tecnologia può creare macchine sofisticate che lavorano al posto dell'uomo liberandolo da molti impegni e preoccupazioni, ma per non cadere nel baratro di una economia ancora più disumana di quanto non lo sia già, dove i robot la fanno da padrone rendendo il lavoro dell'uomo superfluo, occorre per prima cosa che l'uomo stesso si liberi dal fardello della Proprietà Privata e la smetta di usurpare il ruolo di Dio nel pretendere di svolgere il ruolo di padre facendosi chiamare "padre", perché come dice Gesù: "uno solo è il padre vostro, ... quello del cielo" (Mt. 23,9) e presto dirà: "uno solo è il padre vostro, ... quello della nuvola" (DJ) .



Italiano: Stemma del partito "Per il Bene...

Italiano: Stemma del partito "Per il Bene Comune - Lista Civica Nazionale" (Photo credit: Wikipedia)

La comunione dei beni dei primi fedeli cristiani è descritta in alcuni passi del libro Atti degli Apostoli. Vediamoli.

Atti 2, 44-45
Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

Atti 4, 32-37
La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà  quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa «figlio dell'esortazione», un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l'importo deponendolo ai piedi degli apostoli.

C'è una contraddizione nei termini in quei versetti perché se ogni cosa è in comune in una comunità, non possono esistere quanti possiedono campi o case da mettere in vendita perché un bene comune non lo vendi senza il consenso di tutti i partecipanti la comunione. Si tratta, a mio avviso, di una comunione purtroppo fallimentare.

Luca, l'autore del libro degli Atti dice, da una parte che i credenti tenevano ogni cosa in comune e, fin qui, sta bene. Dall'altra parte però precisa che chi (tra i credenti) aveva proprietà e sostanze le vendeva e distribuiva il ricavato tra tutti secondo il bisogno di ciascuno e qui, purtroppo, non ci siamo.

Bisogna osservare che un comportamento simile non ha alcun senso ed è fallimentare sul lungo periodo perché, se possiedi un bene, una proprietà, nella comunione non ha senso venderla, è da stupidi venderla perché, in questo modo, espropri la comunità che non può più disporre di quel bene che passa ad altri. Ha invece senso mettere e mantenere quel bene in comune e condividerlo, perché in questo modo la comunità può continuare ad utilizzare il bene secondo i bisogni della comunità stessa.

La stessa contraddizione o incoerenza la troviamo anche nel capitolo 4: Infatti, da una parte Luca racconta che i fedeli avevano un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. E qui sta bene. Dall'altra parte, però, Luca si dà la zappa sui piedi raccontando che quanti possedevano campi o case li vendevano e l'importo ricavato dal venduto veniva portato ai piedi degli apostoli per essere distribuito a ciascuno secondo il bisogno. Un comportamento quest'ultimo, a mio avviso, più da stupidi che sensato, per non dire da coglioni.

Sì, perché se hai un bene, piuttosto che venderlo lo metti in comune, non lo vendi, perché quando lo hai venduto, non ce l'hai più nemmeno per condividerlo. Infatti quando il ricavato della vendita lo hai esaurito per sostenere i bisognosi, ti ritrovi bisognoso pure tu e non ti resta che sperare in qualche altra anima pia che venda i suoi campi e case affinché il ricavato  possa essere distribuito anche a te.

Alla fine, quando tutte le anime pie e fedeli hanno venduto i loro beni e ridistribuito il ricavato tra di loro secondo i bisogni che nel frattempo sono cresciuti, ci si ritrova con tante anime pie e fedeli, bisognose e nullatenenti da una parte e, dall'altra parte, i pochi furbi che hanno comprato i beni di coloro che li hanno venduti e che ora legittimati dalla perversione della Proprietà Privata se li tengono per ridurre in schiavitù le molte anime pie e fedeli diventate nullatenenti e bisognose di tutto, perché hanno venduto tutto, invece di condividerlo tra di loro.

Un comportamento da coglioni e da pelandroni quali i primi cristiani pare fossero, a mio avviso. E' più facile e comodo vendere una casa e usare il ricavato per pagare un albergo allestito da altri per dare un ricovero a chi non ha casa. E' più comodo vendere un trattore, un cavallo, un bue, per poi comperare il grano già pronto coltivato da altri per sfamare gli affamati, piuttosto che usare la casa per allestirla come ricovero comune per tutti, piuttosto che usare il trattore, il cavallo, il bue come risorsa comune per lavorare la terra e coltivare il grano per sfamare tutti.

Un bene comune, secondo il Diritto, non lo puoi vendere senza il consenso di tutti, al massimo puoi solo cedere la tua quota di comproprietà ma, a quel punto, quel bene non è più un bene comune, ma diventa un bene comune in proprietà esclusiva di una élite, un gruppo ristretto di persone.



La Proprietà Privata è disumana perché ti espropria.

La Proprietà Privata ti illude facendoti sentire padrone di qualcosa di materiale o immateriale che in realtà non ti appartiene. Te ne accorgi soltanto quando, improvvisamente, tutto quello di cui ti sei illuso di sentirti padrone e sovrano lo perdi in cataclismi e calamità naturali come terremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni, malattie, epidemie, disabilità, ecc. ecc., ritrovandoti nudo e svuotato di ciò che credevi di possedere e che invece ti è stato tolto, ti è stato espropriato, perché è andato distrutto o si è deperito.

No trespassing. Keep out. Private property. Su...

No trespassing. Keep out. Private property. Surprised this sign is necessary, but it gets the point across. (Photo credit: Wikipedia)

La disumanità della Proprietà Privata la percepisci non soltanto nelle calamità naturali che ti espropriano distruggendo quello che credevi di possedere come tua esclusiva proprietà, facendoti tanto soffrire in prima persona per ciò che hai perduto dopo tanti sacrifici, ma anche quando ti trovi davanti ad una catena o ad un cancello con sopra un cartello dove c'è scritto: "Proprietà Privata - vietato l'accesso".

E' dura da far capire all'uomo di strada la disumanità della Proprietà Privata, perché alla sua base c'è l'interesse privato.

Ma ricorda! La Proprietà Privata non è soltanto la terra, l'appezzamento di terreno, il podere, la casa o la villa con giardino. No, la Proprietà privata è soprattutto lo stipendio che percepisci, la pensione che ritiri in banca o alla posta, lo smartphone che usi per telefonare, la gallina nel pollaio che ti fa le uova, l'automobile che usi per viaggiare. La Proprietà Privata è anche il diritto d'autore, il brevetto industriale, la licenza del negozio o dell'esercizio commerciale. Particolare non meno importante, la proprietà Privata è anche la vita di tuo figlio che credi di possedere, ma che in realtà non possiedi, come anche la tua vita.

Nonostante tutto, tutti amano e onorano l'illusione e la disumanità della Proprietà Privata e per garantirsi il diritto su di essa si fanno le guerre civili e militari quando invece occorrerebbe imparare a vivere il rapporto con la vita, la materia e l'immateriale con un certo distacco rendendo la Proprietà orizzontale, cioè non più privata, non più bene esclusivo, ma bene comune.

La Proprietà Privata, in fondo, la paghi due volte: la prima volta quando l'acquisti o, se vogliamo, quando nasci, la secondo volta quando la perdi o, se vogliamo, quando muori. Un comportamento da stupidi, perché il prezzo da pagare per l'acquisto e il dolore per la perdita ricade tutto sul singolo, anziché venire distribuito su tutti.


Perché ricordate colui che è vivo ?

Che senso ha fare qualcosa in memoria di qualcuno che è vivo?

In questo post vorrei fare una riflessione su due passi del Vangelo in apparente contraddizione tra di loro.

Cathedral Lima Miraflores stained glass window...

Cathedral Lima Miraflores stained glass window Cena Eucaristica Miraflores/Lima, Peru. (Photo credit: Wikipedia)

Il primo passo è quello contenuto nella cena eucaristica dove Gesù, durante la cena, dice ai discepoli: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me" Luca 22,19.

Il secondo passo è quello in cui Gesù risorto dice ai discepoli: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo", Mt, 28,20.

Secondo il dizionario Zingarelli il verbo "commemorare" significa: "Ricordare in pubblico e con solennità qlcu. o qlco". Di solito lo si fa nei confronti dei defunti o di persone celebri defunte, mai nei confronti di chi è ancora vivo, perché nessuno commemora una tomba vuota.

La domanda che sorge spontanea è quindi: che senso ha commemorare, fare qualcosa in memoria di qualcuno se quel qualcuno è presente tutti i giorni in mezzo a noi, fino alla fine del mondo? Mi sembra una contraddizione, una mancanza di fede nei confronti della risurrezione di Gesù e della sua presenza. Perché se sai che una persona è presente, è viva, cosa commemori?

La cosa, nel caso di Gesù, poteva avere un senso per quei due giorni in cui Gesù è morto rimanendo sulla croce o nel sepolcro. Allora, in quel caso, ha senso commemorare e ricordare qualcuno che non è più presente e non si sa se ritornerà o meno. Ma dal momento che Gesù è risorto il terzo giorno ed è in mezzo a noi fino alla fine del mondo, come dice lui stesso, secondo me, non ha più alcun senso commemorare Colui che è vivo. E' un po' come dire: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" Lc. 24,5. Oppure, lasciate che i morti commemorino i loro morti.  Oppure, perché commemorate colui che è vivo? Ti pare?

Sono i vivi che vanno commemorati o meglio: festeggiati, non i morti. E allora come andrebbe rivista la cena eucaristica alla luce della risurrezione di Gesù? Secondo me in questo modo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo e festeggiate perché io sono in mezzo a voi tutti i giorni fino alla fine del mondo". DJ mix Lc. 22,19, Mt. 28,20.





La distruzione del tempio

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chiesa_crollata.jpgLa vedi la fotografia della chiesa distrutta, proprio lì alla tua destra e alla tua sinistra in questa pagina web? Quello è il "Tempio" del mio paese andato distrutto 10 anni fa in conseguenza del crollo della torre campanaria oggetto di ristrutturazione. A mio avviso fu l'imperizia della ditta che prese l'appalto dei lavori a provocare il crollo del campanile sopra la chiesa. Comunque il tempio del mio paese è stato poi ricostruito dopo diversi anni. Ma io continuo a tenere in Home Page la foto del tempio distrutto. Come per il tempio di Gerusalemme andato distrutto nel 70 d.c. per opera dell'imperatore romano Tito e saggiamente non più ricostruito, così nemmeno io avrei più ricostruito la chiesa, lasciandoci solo le macerie a ricordo e segno tangibile che è ora di finirla con le chiese di mattoni e tutti i riti religiosi che ci stanno dietro e che tra l'altro annoiano pure i preti.

facciata_chiesa_crollata.jpgPer me ha un significato spirituale quella foto con la chiesa distrutta. Significa che per me non ha più senso continuare a costruire chiese, templi, luoghi di culto, simboli religiosi fini a se stessi. Glielo dissi al parroco, a suo tempo, che per me la chiesa poteva anche essere smantellata del tutto e non più ricostruita. Tuttavia la Curia volle ricostruirla, sfidando la Chiesa dello Spirito e per l'occasione venne anche il cardinale Severino Poletto, ex vescovo di Torino a dirci che era crollata la chiesa di mattoni e a ricordarci che la Chiesa dello Spirito era rimasta in piedi. Io gli avrei voluto dire al cardinale che se la chiesa di mattoni era crollata, io non l'avrei più ricostruita, cogliendo l'occasione per valorizzare la Chiesa dello Spirito. Invece con la ricostruzione della chiesa di mattoni, secondo me, si è solo mortificata la Chiesa dello Spirito, perché la Chiesa dello Spirito non bisogno della chiesa di mattoni.


Zucchero - Solo una sana e consapevole libidine ...



La Mistica

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Cosa significa la parola "mistica" ? Secondo il dizionario italiano Zingarelli significa "Dottrina e pratica religiosa che intendono determinare un diretto contatto o una comunione dell'uomo con il mondo divino o trascendente".

Il mistico o la mistica è una persona che si interfaccia direttamente o entra in comunione con Dio senza passare da un intermediario. Nel caso della religione cristiana cattolica, l'intermediario di riferimento più comune è il prete o il sacerdote che agisce nella Persona di Gesù e con il quale il comune fedele si interfaccia durante i sacramenti per entrare in comunione con Dio.

Diciamo che, in generale, il mistico è un credente uno uno che ama il "fai da te", un praticone, uno smanettone, uno che preferisce fare a meno degli intermediari preconfezionati per interfacciarsi direttamente con la Verità o con la disciplina che intende trattare, magari costruendosi da solo l'intermediario secondo i propri gusti.

La verità è che il mistico puro non esiste, perché c'è sempre un intermediario tra l'uomo e il divino, tra l'uomo e la Verità, intermediario che fa da interfaccia di collegamento o da collante. Questo intermediario nel caso della religione cristiana è Gesù e lo Spirito Santo, Spirito di Gesù, ma potremmo anche chiamare lo Spirito Santo con un altro nome: spirito intelligente o, per usare un termine scientifico di più difficile interpretazione e comprensione, plasma.

English: plasma lamp Français : Lampe plasma. ...
Il plasma è una parola che può fare rifermento sia al sangue, ad esempio al sangue di Gesù, perché il sangue nella sua parte liquida viene chiamato plasma, sia ad un gas ionizzato come il plasma stellare o quello che troviamo nei televisori al "plasma". In quest'ultimo caso abbiamo un "trasduttore" tra un segnale elettrico e una immagine di luce, ricordando che un trasduttore non è altro che un intermediario tra una grandezza fisica ed un'altra grandezza fisica.

Per farti un esempio pratico, il giornalista è un intermediario tra l'uomo e la verità, verità con la v minuscola, verità intesa come fatto di cronaca che il giornalista conosce e che ti riporta come l'ha conosciuto lui.

Un altro esempio di intermediario è la figura dell'avvocato che per legge fa da interfaccia e intermediario tra l'uomo e il giudice, giudice inteso come autorità che rappresenta la legge.

Un altro esempio di intermediario è il politico che il cittadino delega in Parlamento con il proprio voto per interfacciarsi con lo Stato.

Un altro esempio di intermediario è il sindacalista che l'operaio delega per interfacciarsi con l'azienda.

Bene, il mistico, nella disciplina teologica, è uno che si interfaccia non tanto con il sacerdote o con il teologo, ma con lo Spirito Santo che trova dentro di sé, scavalcando il sacerdote per entrare in comunione diretta con Dio, senza intermediari esterni, perché è più bello entrare in comunione diretta con Dio ascoltandolo dal vivo senza l'intermediario umano che, a volte, può essere più di ostacolo che di aiuto.

English: eardrum Schema Français : Place du ty...
E' come ascoltare la Musica con la m maiuscola. E' più bello ascoltare la Musica dal vivo, direttamente come esce dallo strumento musicale usando, come intermediario tra le onde sonore che caratterizzano la musica e l'uomo, esclusivamente i propri preziosi timpani che troviamo dentro di noi e che fanno non solo da preziosi intermediari personali, ma anche da trasduttori tra l'onda sonora e il segnale elettrico percepito dal cervello umano.

Electrodynamic loudspeaker cross-section

Electrodynamic loudspeaker cross-section (Photo credit: Wikipedia)

Tuttavia, non è sempre possibile ascoltare la musica dal vivo e in tali casi si ricorre ad intermediari meccanici come l'impianto stereo costituito da amplificatore e diffusori che, per quanto fedeli, distorcono e alterano la musica originale per via delle loro limitazioni nella risposta in frequenza. Così, per comprendere umanamente il divino, nella maggioranza dei casi, è necessario un intermediario umano che sappia trasformare la grandezza fisica/spirituale  "Dio" in una grandezza fisica umanamente comprensibile per chi è "sordo" o ha i "timpani dell'udito" poco sensibili, rovinati dal troppo rumore di sottofondo. Lo stesso discorso lo possiamo fare per la luce, gli occhi e gli occhiali.

E' chiaro che un approccio diretto alla divinità non piace tanto alla Chiesa in generale e al sacerdote in particolare, perché si sentono esclusi, così come non garba tanto ad un avvocato che tu ti interfacci direttamente con il giudice senza passare da lui. Ma questo vale soprattutto nei rapporti umani che sono purtroppo rapporti condizionati da interessi privati.

Cosa ci sta a fare allora il sacerdote se lo si esautora del suo ruolo di intermediario tra l'uomo e Dio? La risposta la lascio dare a don Giorgio De Capitani in questo bel video dal titolo: L'Europa e le radici Mistiche.





Il tornaconto del ricco

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Nel Vangelo ci sono alcuni episodi sula gestione della ricchezza in apparente contraddizione tra di loro. Vediamoli.

Luca 16,9
"Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne."

Raffaello, guarigione dello storpio

Raffaello, guarigione dello storpio (Photo credit: Wikipedia)

In questo episodio Gesù invita a usare la ricchezza che per lui è sempre disonesta per farsi degli amici in modo tale che quando quella verrà a mancare, gli amici che hai beneficiato con la tua ricchezza ti possano ricambiare, dandoti il tornaconto accogliendoti nelle così chiamate "dimore eterne" che, secondo me, sarebbe più corretto tradurle con "dimore secolari".
A questo punto bisognerebbe chiedere a Gesù: Signore, senti un po', quelle persone che di ricchezze non ne hanno, cioè quei poveracci nullatenenti morti di fame in mezzo ad una strada, come fanno a farsi gli amici per essere poi accolti nelle dimore eterne, visto che non hanno niente da dare?"

L'altro episodio che entra in apparente contraddizione con Luca 16,9 è Luca 14,12-14.

"Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti»."

A Contrada banquet

A Contrada banquet (Photo credit: Wikipedia)

In questo episodio, a differenza del precedente, Gesù invita a usare le ricchezze, non per farsi degli amici che poi possono ricambiarti restituendoti il piacere o accogliendoti nelle loro dimore, ma invita a usare le ricchezze per aiutare i poveri, gli storpi, i ciechi, cioè tutti quelli che non possono ricambiarti. Però anche qui per il ricco c'è una ricompensa o un tornaconto da ricevere alla risurrezione, non dagli amici che hai aiutato, ma da qualcuno che non si sa.

"Anche qui bisognerebbe chiedere a Gesù: "Signore, senti un po', quelle persone che di ricchezze non ne hanno e che quindi non hanno la fortuna di dare pranzi e cene a favore dei ciechi, dei poveri e degli zoppi, otterranno una qualche ricompensa alla risurrezione dei giusti?"

Domanda farisaica a Gesù: "Signore, vuoi dire che quei profughi sui barconi poveracci nullatenenti, senza alcuna ricchezza, che non hanno modo di aiutare alcuno, nemmeno loro stessi, non riceveranno alcuna ricompensa e saranno esclusi dalla risurrezione dei giusti? Quindi non saranno accolti in nessuna dimora perché non hanno avuto modo di farsi amico alcuno?

Gesù, tuttavia, non può essere ingiusto e iniquo discriminando il ricco che può aiutare il povero investendo nel povero, dal povero stesso che non può aiutare nemmeno se stesso perché non ha nulla da investire.

E' chiaro che il primo episodio va in conflitto con il secondo episodio, perché secondo la logica di Gesù alla luce del secondo episodio, le ricchezze che per Gesù sono sempre e comunque inique non vanno usate per farsi gli amici affinché poi ti possano in qualche modo ricambiare accogliendoti di qui e di là o restituendoti il favore. E allora come andrebbe letto il primo episodio?

Secondo me andrebbe letto non come consiglio o un suggerimento a usare la ricchezza per farsi gli amici, ma come una amara constatazione della generale furbizia umana in correlazione con i versetti precedenti e quelli successivi, in questo modo: "I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri (e quindi più furbi) dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: voi siete scaltri e vi procurate gli amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore secolari. ... Chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque avete fatto i furbi e non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza (facendovi degli amici per il vostro tornaconto), chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui (facendovi degli amici sempre per il vostro tornaconto, come fanno i politici) chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona. Vedete furbacchioni, così come voi sapete usare le vostre ricchezze per farvi degli amici e scambiarvi i favori, così Dio sa usare le sue ricchezze per farsi i suoi amici e scambiare favori con loro."

US BANK

US BANK (Photo credit: Wikipedia)

Mammona è tutto quanto riguarda ciò che per l'uomo è apparentemente sicuro: un conto in banca, una pensione, uno stipendio, una assicurazione, una casa, un lavoro a tempo indeterminato, una proprietà privata, ecc. tutte cose che rientrano tra le ricchezze in generale.

Nel secondo episodio Gesù non invita a usare le ricchezze per farsi gli amici, anzi gli amici qui li esclude proprio, insieme ai parenti, ai fratelli e ai ricchi vicini, ma invita a usare le ricchezze materiali per aiutare i nullatenenti, coloro che non possono ricambiarti e nemmeno accoglierti nelle loro dimore secolari. Si tratta di fare, secondo la logica di Gesù, quello che io chiamo un investimento a fondo perduto, confidando in una ricompensa alla risurrezione dei giusti.

La ricompensa alla risurrezione dei giusti è la carota sulla quale Gesù fa leva per convincere il ricco che non conosce Dio ad aprire il portafoglio per aiutare i poveri. La ricompensa alla risurrezione dei giusti, secondo Gesù, è il tornaconto del ricco solo se impara a condividere le proprie ricchezze con i poveri e i nullatenenti.

Ma qual è questa ricompensa? La beatitudine, lo dice Gesù: "sarai beato".

Ma io domando a Gesù: perché certe occasioni toccano sempre e solo ai ricchi e mai ai poveri? Il ricco, se vuole,  può essere beato, basta che usi le sue ricchezze per aiutare i poveri. Il povero, non avendo questa possibilità, a meno che non riceva una ricca donazione dal ricco, non potrà mai essere beato perché, essendo povero, a malapena riesce a pensare a se stesso, come fa a pensare ad un altro povero?




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Il tuo volto, Signore, voglio far risplendere
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