Lettera Enciclica del Papa: "Deus caritas est"

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E' uscita la prima Lettera Enciclica di Papa Benedetto XVI dal titolo: "Deus caritas est" (Dio è amore).

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Dopo averla letta, mi sembra che il Papa abbia scoperto l'acqua calda. Comunque è molto bella. Mi sarebbe piaciuto di più se il Papa avesse approfondito maggiormente il tema del dolore personale e dell'abbandono come strumento di passaggio per arrivare alla comprensione dell'amore e quindi diventare noi l'amore.

Non è il Papa ad aver scoperto l'acqua calda, ma noi, in quanto la Chiesa si è trovata nella situazione di dover ribadire a mezzo di un'enciclica una cosa che essa insegna da sempre, ma che il mondo dimentica sempre

Ciao ago86, appunto, hai ragione. Il guaio è che le pecore, invece di seguire il pastore e la strada da lui indicata, guardano il suo rappresentante e si scandalizzano.

Ho letto l’Enciclica del Papa e ti confesso che non ho sentito lo scossone che sento quando leggo altre espressioni di vicinanze a Dio.
Io sono molto affascinato da Benedetto XVI che manda sempre messaggi che ritengo escatologicamente validi, ed espressi in modo da essere compresi a tutti i livelli di fede.
Ma l’enciclica mi ha deluso, penso di rileggerla con più attenzione. Sai, è come quando pensi di trovare Dio in qualche luogo e non lo trovi, poi Lui si fa trovare altrove. Mi è sembrata molto terrena al punto di cercare di allargare la famosa cruna dell’ago invece di rimpicciolire il ricco. A riguardo il rapporto eros – agape avrei tante cose da aggiungere, ma sintetizzo dicendo che l'eros appartiene alla parte animale e l'Agape a Dio. Molti attraverso l'innamoramento riescono ad incontrare Dio, ma pochi sanno il vero senso dell'unione tra l'uomo e la donna. Voglio solo aggiungere che il cammino dell'eros che si trasforma in Agape non è un'invenzione dell'uomo ma è il vero compimento del senso della Vita, non solo individuale, ma di tutta l'umanità.
Se non comprendiamo questo allora non siamo Cristiani.
ANGELO

Ciao Angelo, a me è piaciuta l'enciclica "Deus caritas est". Penso che la parte finale della prima parte, caratterizzata dai paragrafi 17 e 18, sia la più importante e significativa, quella che dovrebbe darti lo scossone.

Lettera Enciclica “Deus Caritas est” del Sommo Pontefice Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri, e ai Diaconi alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici sull’amore cristiano. Così viene presentata l’enciclica e sembrerebbe indirizzata solamente ai Cristiani che professano la fede nei suoi diversi livelli di dicastero, e nei capitoli 17 e 18 a cui ti riferisci si trasmette, in fin dei conti, la spiegazione dell’essere Cristiano. Ma la nostra fede in Gesù, che non abbiamo visto e conosciuto di persona, non si trasmette, rendendoci testimoni, per quanto spiegato in quei due capitoli? E questo che voleva dire uno dei commentatori di questo post nel dire che il Papa sembrerebbe che ha scoperto l’acqua calda?
Ecco il vero amore Cristiano che emerge in me, sentendomi ora vicino al Papa che quando ha scritto le meditazioni della Via Crucis al Colosseo della Pasqua 2004, inconsapevole di divenire il successore di quel Santo Padre Giovanni Paolo II° che seguiva tramite la TV il calvario di Cristo sorreggendo una croce fuori e dentro di se, Lui Card. J.Ratzinger già detentore della difesa della dottrina Cattolica Cristiana, consapevole di questo, con coraggio ha riportato alla conoscenza del mondo che nella Chiesa è entrato il sudiciume. Il mio guardare avanti mi ha portato a non capire che Gesù stesso si è accorto di essere stato abbandonato nel momento più difficile da chi smaniava di amore per Lui. L’Enciclica è proprio rivolta alla maggior parte dei Cristiani che si innalzano a dotti e sapienti di dottrine, ma stanno ben alla larga da imitare il Cristo. Grazie per avermi dato la possibilità di ritornare sui miei passi e comprendere il Santo Pontefice e la sua preoccupazione, che sia venuta da Lui o dallo Spirito Santo questo non ha importanza. L’importante è che i Cristiani devono essere sempre richiamati a capire quei capitoli. Invece io volevo uno scossone nel partecipe conforto tra cristiani nel comprendere il motivo di amare, non solo il prossimo bisognoso di cure, ma soprattutto i propri nemici. Forse mi accorgo solo adesso che la gran parte degli uomini non ha compreso, rimanendo legati alla fede di Cristo solo per moda o schieramento, come se fosse un distintivo da portare od una bandiera da sventolare, una squadra da tifare. Ed io che rimango nel mondo dei sogni e non mi accorgo di essermi scottato con l’acqua calda. E’ vero che il tragitto del calvario bisogna percorrerlo da soli, riuscendo a superare anche quel momento in cui ti assale la sensazione che anche il Padre Celeste ti abbia abbandonato. Molti Cristiani sono rimasti a quando hanno ricevuto il sacramento della Cresima, inconsapevoli di quello che i loro genitori avevano deciso per loro. Non tutti i Cristiani incontrano il Cristo sulla strada della vita, continuando a seguire tradizioni che non conoscono neppure la provenienza e la loro storia, offuscata da feste in onori di Santi che neppure conoscono, ma sono devoti per qualche grazia che ai miei occhi può considerarsi anche un castigo, che comunque serve per la loro salvezza. La mia consolazione rimane quella dello Spirito Santo che è in me e lo sento perché mi spiega il tutto, quando entro nello sconforto come in questo momento. Ma nello stesso momento sento di amare i nemici perché sono parte di me, quella parte di me che è rimasta indietro o ben lontana da quella Via Crucis, ma che poi tutti dovremmo percorrere.
La Misericordia di Dio è immensa e nessuno è escluso.
Peccato che non mi hai ricordato il capitolo 35, dove nel leggere ho sentito una vibrazione che vale mille scossoni. Rileggilo e cerca di capire quanto cammino abbiamo ancora avanti. Fratello mio, io ti sono grato di avermi preso per il vestito, per farmi notare come molti sono caduti durante il cammino e che bisogna aiutarli. Che il capitolo 35 ed io ti possano farti sentire quella sensazione di percezione del Regno, le cui porte si sono spalancate già da tempo.
Ti lascio, restando in quel tormento e, nello stesso tempo, è conforto che è la parola di Cristo: “Siamo servi inutili (Lc 17, 10).
Il Padre vuole compiacersi in noi e per questo più ci adoperiamo, più ci sentiamo inutili e più Lui ci è vicino. O Signore, perché mi spingi e mi riempi di tutta questo sapere, io che ho solo fatto piccole cose sentendo solo il dolore di chi non comprende. Basta questo! Senza soffrire nella carne! No, non merito questa Grazia! Chi sta soffrendo per me? O Signore, o chiunque tu sia, io devo correrti incontro e ti troverò in qualunque persona che soffre nella carne e nello Spirito.
E Grazie, anche a voi, per avermi spinto ed insegnato a pregare!
Vostro ANGELO.

Ciao Angelo, tu dici: "Invece io volevo uno scossone nel partecipe conforto tra cristiani nel comprendere il motivo di amare, non solo il prossimo bisognoso di cure, ma soprattutto i propri nemici."

La risposta te la dà Gesù: "Se noi amiamo soltanto i nostri amici che merito abbiamo? Anche i malvagi (pubblicani) si comportano così. Se salutate solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri? Anche quelli che non conoscono Dio (gentili - ethnici) si comportano così. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male. Siase dunque perfetti, così come è perfetto il Padre che è in cielo." (Matteo 5,43-48).

Gesù vuole portarci ad essere perfetti nell'amore verso tutti nella misericordia e nella carità, come è perfetto Dio padre che ci ama e non ci condanna neanche quando siamo malvagi e ci comportiamo da pubblicani, perché la nostra condanna è una autocondanna che volontariamente ci infliggiamo quando non amiamo.

Grazie per avermi segnalato la rilettura del paragrafo 35 dell'Enciclica.

Le cose che mi dici, io le so già, ma io volevo sentirle dire in un modo diverso da come le ha dette Gesù. Sono passati duemila anni e molti Santi hanno messo in pratica questo messaggio. Sei convinto che l’abbiano messo solo per fede? O anche per merito dello Spirito Santo? Io la risposta la conoscevo e l’ho ritrovata nel capitolo 35 dell’enciclica e non nei capitoli 17 e 18. Noi dobbiamo cercare Gesù che ci parla, non accontentandoci di sentire un predicatore come può essere il Papa, io e tu, in quanto cristiani e testimoni del Cristo.
Gesù sapeva che con la sola parola sentita, l’uomo è ancora debole e per questo profetizzò la fuga e il rinnegamento dei suoi apostoli. Gesù in quel momento l’ha dette in quel modo solo per far sì che quando lo Spirito Santo sarebbe posato su di loro, avrebbero compreso veramente. Chi arriva ad amare i nemici è solo perché sente cosa è in atto, perché gli è stato rivelato da Dio, fino a perdonare il proprio nemico che, forse, gli sta per togliergli la vita.
Perdonò anche i suoi nemici per lo stesso motivo, ancor di più quest’ultimi, perché non erano neanche stati avvisati. Pilato percepì qualcosa, perché alla domanda su cosa fosse la Verità, Gesù gli rispose, ma lui non comprese fino al punto di sembrargli che non gli avesse risposto. Questo non è eresia o farsi la religione a modo proprio, ma comprendere che Gesù era venuto per morire, non per i romani, ma per gli ebrei e soprattutto per quelli che l’avevano sentito. Pertanto il cammino è sentire le parole di vita eterna, sentire la sua voce tramite lo Spirito Santo e poi mettere tutto in pratica. Ecco perché ci sono Cristiani in varie fasi del cammino e che cadono ripetutamente per valutare bene che il carico ricevuto è calibrato al punto giusto e comunque sopportabile. La parabola dei talenti nessuno la sa spiegare per quello che veramente Gesù ha voluto dire. Il mio grande tormento è che se pure spiegassi tutto, non riuscirei a convincere nessuno se non opera in loro lo Spirito Santo.
Non so se comprendi quello che dico, ma se devi rispondermi, fallo dopo aver letto il capitolo 35.
Non c’è nessuna fretta perché sia la Chiesa che tutto il mondo è sempre stata nelle mani di DIO. L’ho è sempre stato e noi come stupidi ci azzardiamo anche a giudicarlo. Grande sarà la Gloria che merita da tutti noi, quando verremo a conoscenza del Tutto. Io voglio solo consolare chi cade in trepidazione al solo pensiero di cosa accadrà, inconsapevole che la veste bianca è pronta per quell’anima che Dio ha portato per mano fin dagli inizi dei tempi.
So di aver detto tutto e nello stesso momento nulla, ma io scrivo per me e vi ringrazio per gli stimoli che mi date, perché ho bisogno di sapere, per poter affrontare con serenità quello che ci riserba il futuro. Per adesso mi confortano le Parole di Vita Eterna e quello che mi ha detto LUI direttamente. Sento di essermi armato bene avendo sconfitto la maggior parte dei miei peccati, ma sento un tremolio addosso, anche se sono in salute ed ancora giovane, sapendo di affrontare il mio nemico quando cercherà di togliermi la vita mentre io cercherò di redime la sua. Io consapevole del valore di entrambi le vite e soprattutto la sua Spirituale. Lui inconsapevole di cosa starà facendo e di non avermi tolto nulla, anzi di essersi condannato da solo. Anche Gesù temette di affrontare questo scontro.
Lo sai benissimo anche tu che non basta sentire le parole del Vangelo, che molti non mettono neanche la dovuta attenzione, ma bisogna acquisire la certezza!
La certezza si ottiene avendo la forza dallo Spirito Santo e per averla bisogna cominciare a non peccare. Gesù disse “il Padre Nostro” solo perché gli fu chiesto come pregare con le parole. Una preghiera che dice tutto e dice nulla, dipendente da chi sa solo ascoltare. Come se qualcuno non sapesse che si può pregare in silenzio ed limitarsi ad ascoltare. Gesù ha sempre invitato a pregare, ma in silenzio e solo per non cadere in tentazione. Ogni volta che cadiamo in tentazione, noi ci allontaniamo da Dio e per questo non lo sentiamo, perché c’è molto rumore intorno e dentro di noi.
Come posso convincere il mio prossimo a condividere quello che sento io? Come posso spiegare anche alla carne della mia carne cosa ci si diventa, soprattutto adesso e dopo la morte? Rassegnarmi ad accettare la mia vera madre e i miei veri fratelli e sorelle e non dispiacermi di rischiare di perdere chi ho conosciuto in questa vita?
ANGELO

Angelo, nel capitolo 35 il Papa dice che siamo strumenti nelle mani del Signore e "servi inutili" citando Luca 17,10. Appunto, siamo servi inutili, non necessari, e quello che facciamo lo facciamo perchè dobbiamo farlo, ci è stato comandato così da Gesù, dal suo Spirito, per amore di Gesù. Tuttavia noi servendo Gesù, più che servi e schiavi, in questo modo diventiamo suoi amici. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il padrone. Vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio ve l'ho fatto conoscere. Voi siete miei amici se fate quello che io vi comando (Giovanni 15,14-15). E' bello sentirsi amici di Gesù. Gli puoi chiedere tutto quello che vuoi e lui te lo fa avere dal Padre. Cosa vuoi di più?

CHE GLI ALTRI COMPRENDANO! E se non sono in grado che tacciano!

DEUS CARITAS EST
(Un commento attraverso la lettura di una mistica: Angela Volpini1)

1. Entrare in se stessi - Esigenza mistica
Leggere la “Deus Caritas est” senza entrare in sintonia spirituale col sentire mistico del Papa sarebbe come mettersi di fronte ad un capolavoro d’arte senza il coinvolgimento proprio di chi ha lo sguardo illuminato da un’interiore visione. Basilare è l’invito ad “entrare in se stessi”, e cioè a percorrere le tracce di Dio impresse nel profondo, in uno spazio mistico dove l’essere umano e l’Essere di Dio si incontrano, e si riconoscono nella sostanza dell’amore. E questa è integra perché propria di Dio, e come tale comunicata all’uomo. Come afferma sant’Agostino, “se vedi la carità, vedi la Trinità”; “Dio è più intimo a me di quanto io lo sia a me stesso”.
La fede che accompagna il cammino verso tale Fonte, lungi dall’avere i connotati di limitanti obbligazioni, va vissuta come risposta a Dio, che vuol farci entrare nel circolo del suo amore; fede non volontaristica, e quindi più mistica che etica, perché è “visione-comprensione capace di trasformare la nostra vita”; e perché dà “un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende”.
Le citazioni bibliche riportate nell’enciclica confermano questa impostazione. Come quando Osea fa dire a Dio: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te » (Os 11, 8-9).

Antropologia dell’integralità
L’immagine dell’amore di Dio evocata dal papa è densa di significati, non ultimo quella che Lo mostra appassionato per il suo popolo. Infatti il suo è un amore che perdona; “talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia”.
Questa frase non deve trarre in inganno. Il Dio che “si rivolge contro se stesso” non richiama il concetto di colpa e del conseguente castigo. E’ detto esplicitamente: “nel racconto biblico non si parla di punizione”; è da superare “l'idea che l'uomo sia in qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell'altro la parte integrante per la sua interezza”. La persona non è, per se stessa, dimidiata; è alla ricerca dell’altro per sovrabbondanza, in vista di una perfezione nell’amore, da conquistare per scelta. “Spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà”. Amore è il salire e scendere della scala di Giacobbe; l’entrare di Mosè nella tenda sacra e l’uscire per essere a disposizione del suo popolo; il trovarsi senza mai finire di cercarsi del Cantico dei cantici; in sintesi l’introdursi nella circolarità della com-unione che tutti e tutto trascina nell’abisso dell’Amore infinito. Dunque il Dio che “si rivolge contro se stesso” ama tanto l’uomo da non curare la Sua autosufficienza (come rileva la teologia dell’‘impotenza di Dio’), da far prevalere in Sé l’aspetto benevolo fino a contraddire altri (aspetti), propri del Suo Essere.
La maturazione culturale e spirituale di un’antropologia dell’integralità della persona permette al dotto teologo Ratzinger, non solo di inquadrare la ragion d’essere dell’amore umano nel complessivo disegno della creazione e della redenzione, ma anche di affermare l’uni-dualità umana, non scomponibile in due mondi divergenti, quasi che l’uno fosse appartenente alla materia e l’altro allo spirito. Attraverso questo modo di concepire la persona, egli può parlare di un “tutto della libertà della nostra esistenza”, di potenze “integrate” nella “totalità del nostro essere”.

sostanza divino-umana dell’amore
Alcuni commentatori vedono nel quadro di riferimento, di cui sopra, il declinare della trascendenza nell’immanenza. Un pensiero laico, questo (a cui fa riferimento, ad esempio, E. Scalfari nel suo editoriale sull’enciclica), che non coglie il vero senso del divino nell’umano.
Cerchiamo allora di leggere in profondità:
“Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore - l'eros - può maturare fino alla sua vera grandezza”.
La diversità tra Creatore e creatura percorre il terreno della somiglianza nella diversità: il vero Dio ama l’uomo, e il vero uomo ama alla maniera di Dio. La reciprocità anima un rapporto, un interscambio, che tende ad una non-acquietante unificazione; che non consiste in “un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: ‘Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito’, dice san Paolo” (1 Cor 6, 17)”.
La persona ‘unificata’ realizza se stessa pienamente; le sue facoltà si potenziano nell’atto di convergere nel flusso di un amore sempre nuovo perché in perenne creazione. Anche “la fede non si giustappone alla ragione quando questa ha fatto il suo corso, ma la aiuta ad essere più pienamente se stessa”.
Bisogna coniugare l’eros pagano (che, nel cercare l’ebbrezza della divinizzazione, si disperde nell’effimera estasi dell’istante) e l’agape cristiana (che si dona senza sapersi ritrovare nell’altro). Ciò può avvenire attraverso un processo di purificazione, che non vuole “la cancellazione dell'eros, ma la sua conversione, la sua trascrizione dentro il cammino circolare tra eros e agape”. L’uomo, nello scambio amoroso, è in una posizione paritetica; sceglie di amare Dio, come Dio sceglie di amare lui.
Anche la società umana è chiamata ad una progressiva unificazione, “che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Ne risulta un’idea di umanità affratellata in un progetto utopico, verso cui indirizzare ogni impegno storico.
Per illustrare questi principi la seconda parte dell’enciclica si occupa del compito della chiesa di servizio all’umanità. Nessun impegno politico e nessun tipo di professionalizzazione può esaurire la carica dirompente di un amore concreto, assiduo, quotidiano, che attinge la sua dinamis alla consapevolezza di dover dare continuità alla creazione.

L’Archetipo dell’amore uomo-donna
Ratzinger sostiene con tanta forza l’unità profonda dell’amore da negare piena dignità ad un amore che fosse puramente spirituale. Qui egli ci stupisce davvero. Ma forse vuol dare il giusto risalto alla concretezza dell’amore, e perciò corregge preventivamente un possibile fraintendimento: non c’è amore se non sono coinvolte tutte le potenzialità umane, sensibili e spirituali.
Ad illustrare adeguatamente questa idea, Ratzinger ci mette di fronte ad un’altra considerazione, anch’essa, apparentemente, paradossale. Il matrimonio unico e indissolubile è archetipo dello stesso amore divino.
Forse nei momenti in cui non ci lasciamo illuminare sufficientemente dalla Fede, possono sembrarci duri, rigidi, lontani dalla pietas, gli argini che la Chiesa ha sempre posto attorno all’amore, perché sia totale e definitivo. Ed è facile chiedersi: come pretendere tanto, quando i pesi terreni sono insopportabili? Come può, il matrimonio monogamico, resistere in situazioni laceranti?
La risposta è disseminata in tutta l’enciclica: è nel senso di una trascendenza che anima l’immanenza .
L’unicità dell’amore è tutt’altro che imprigionamento e decurtazione delle possibilità espansive del cuore umano. E’ purificazione dell’amore che apprende giorno dopo giorno il modo di rinnovarsi. La fede biblica "accetta tutto l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni".
Supporre un amore che restringe e costringe il desiderio è miopia progressiva che può portare alla cecità assoluta. La dilatazione del cuore non nasce dai limiti, ma dalla purificazione che attraverso di essi si ottiene. L’amore unico è quello di “un cuore che vede”. Vede questo/a compagno/a di vita (ma anche questa situazione intollerabile) con lo sguardo profondo, attraversato da una luce misteriosa. Il terreno che accoglie il seme - di una visione ‘altra’ - è la pista necessariamente ben salda, che può dare slancio al volo. Il sentimento ferito che lo rendesse scivoloso, farebbe perdere di vista la mira alta, che sprona ad un traguardo di pienezza. Qui ed ora.
L’identità tra luce e amore, che è paradigma ricorrente nell’enciclica, è il vedere messo in relazione al cuore. Se questo ama, si illumina la visione dell’Invisibile, nascosto ma presente integralmente nel volto dell’altro.
Ausilia Riggi

Ciao Ausilia, mi fa piacere averti qui. Mi piacerebbe sentire un tuo commento al post: scegliere Gesù o la fidanzata?.
"entrare in se stessi" come dice Angela. Appunto. E quando lo fai, quando riesci ad entrare in te stesso, ti specchi in Dio, una esperienza veramente sconvolgente ed emozionante. Il tuo essere che si incontra con quello di Dio, riflesso da te. Sono esperienze d'amore bellissime.

Ti segnalo questo link interesante al quale ti rimando:

Cristianesimo religione dell'amore
www.avvenireonline.it/papa/Extra/Le+parole+del+Papa/Udienze/20060809.htm

Dove il Papa dice:

"Quell'aureo testo di spiritualità che è il piccolo libro del tardo medioevo intitolato Imitazione di Cristo scrive in proposito: "Il nobile amore di Gesù ci spinge a operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre più perfette. L'amore vuole stare in alto e non essere trattenuto da nessuna bassezza. L'amore vuole essere libero e disgiunto da ogni affetto mondano... l'amore infatti è nato da Dio, e non può riposare se non in Dio al di là di tutte le cose create. Colui che ama vola, corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla. Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché trova riposo nel Solo grande che è sopra tutte le cose, dal quale scaturisce e proviene ogni bene" (libro III, cap. 5). Quale miglior commento del "comandamento nuovo", enunciato da Giovanni? Preghiamo il Padre di poterlo vivere, anche se sempre in modo imperfetto, così intensamente da contagiarne quanti incontriamo sul nostro cammino."

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Il tuo volto, Signore, voglio far risplendere
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