Il Gran Premio

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Fin da piccolo sono stato educato ai premi. A catechismo si diceva che se facevo il bravo sarei andato in paradiso come premio. A Natale idem. I doni erano il premio che Babbo Natale mi consegnava come premio per la mia condotta di bambino buono, una sorta di surrogato materialista e ingannatore di quel premio vero che è la vita eterna o Regno di Dio.

Ecco, questa mentalità che ti educa al premio, secondo me, è diseducativa, perchè ti abitua a non fare niente se non in vista di un premio materiale da conquistare, fine ultimo della nostra vita. Un po' in tutte le religioni c'è questa mentalità del premio da conquistare. Agli islamici per esempio si promette un paradiso di vergini e altre delizie dopo la morte come premio per una vita offerta ad Allah. Ai cristiani si promette la vita eterna, il Regno di dio, il paradiso.

Non c'è niente di male in tutto questo, ma secondo me è diseducativo. Ritengo che questa educazione al premio che ci viene inculcata fin da piccoli sia diseducativa e limitante. Ai bambini piccoli per tenerli buoni, spesso, si promette un regalino come premio: la macchinina, la caramella, ecc.

Man mano che i bambini crescono e diventano adulti c'è sempre un premio da conquistare: a scuola, se porti a casa bei voti, vieni ricompensato dai tuoi genitori con vari tipi di gratifiche materiali come il telefonino, la moto, l'automobile alla laurea (per chi può permetterselo). Sul lavoro ci sono i premi di produzione. Nello sport ci sono premi simbolici come le medaglie, i trofei, i baci delle belle ragazze, accompagnati da premi più o meno materiali come somme di denaro e gratificazioni varie come viaggi di qui o di là. Nel commercio, se comperi determinati prodotti, puoi vincere un premio consistente in un prodotto o in un viaggio. Insomma, ovunque ti giri ci sono premi in palio da conquistare in risposta ad un ben determinato comportamento.

In questo modo il bambino cresce con l'idea in testa che se non c'è un premio da conquistare, non merita impegnarsi in qualcosa di utile e di importante in modo disinteressato e gratuito. Questo modo di pensare o di educare, secondo me, oltre ad essere diseducativo, è anche sbagliato.

Se invece prendiamo il Vangelo e l'insegnamento di Gesù, scopriamo, o meglio, lo scopro io leggendolo, che non c'è nessun premio da conquistare. Infatti la lettura del Vangelo mi fa capire, almeno per me è successo così, che il "premio" promesso da Gesù, la Vita eterna o Regno di Dio, ci è già stato dato fin dall'inizio e si tratta soltanto di andarlo a ritirare in quanto già tuo, già vinto. E' lì a tua disposizione. Per me è una scoperta meravigliosa. Lo sforzo consiste non nel conquistare il premio, ma nell'andare a ritirarlo. Perchè il premio è automatico e immediato e ti viene dato nel momento in cui incontri Gesù e vivi il suo insegnamento mettendo in pratica l'amore. Più semplice di così, non si può.

Incontrando Gesù nell'eucaristia e mettendo in pratica il suo insegnamento che consiste nel vivere l'amore nella vita di tutti i giorni, si viene premiati immediatamente da Dio. Il premio è l'amore di Dio che ti rende libero, felice e appagato. Libero nel vero senso della parola, come dice Gesù: "la verità vi farà liberi", ma la verità è Gesù, conoscere Gesù attraverso il Vangelo, la sua parola e il suo insegnamento vuol dire conoscere quella verità che ci fa liberi.

Quindi non ci sono premi in palio da conquistare, ostacoli da superare, corse da fare, competizioni da portare avanti. No. Basta semplicemente amare. Ma cosa vuol dire amare? Ma cos'è l'amore? Con amore si dice tutto e niente nello stesso tempo e poi l'amore ha mille volti, mille colori. C'è l'amore materno, quello figliale, quello paterno, quello coniugale, quello carnale, quello platonico, quello divino, quello umano, ecc. Ecco, quale amore ci chiede Gesù?

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Voglio fare un appunto riportando quanto dice lo psicologo Vittorino Andreoli nel libro "dalla parte dei bambini" a proposito della psicologia del premio.

Adreoli dice che davanti al premio il bambino, ma anche l'adulto rinuncia all'esercizio critico e mira soltanto a ricevere il premio senza chiedersi se è giusto o meno, se è bene o male. E se il premio è adeguato, continua lo psicologo, si può benissimo rinunciare alla propria libertà pur di ottenerlo. Egli dice che chi viene soggiogato da piccolo con la lusinga del premio,anche da grande troverà molto difficile scrollarsela di dosso. Il bambino sarà facilmente influenzabile da chi sappia tentarlo con un premio. Andreoli ritiene che il premio è "il modo migliore per trasformare inconsapevolmente un ordine in una norma interiore" e che il meccanismo del premio è estremamente pericoloso.

La salvezza non ci sarà: c'è, il valore del presente
- Se Dio è con noi la salvezza c'è; e non solo c'è, ma é tra noi; perciò è utilizzabile, é sperimentabile già adesso, perché Dio che é salvezza, si compromette con l'uomo, con tutta la sua vita e con la storia. La salvezza é una compagnia: la compagnia di Dio all'uomo, nella quale l'uomo trova la possibilità della sua realizzazione, la consistenza della sua vita e di sé stesso, la sua vera fisionomia, l'unità della sua persona.
La nostra realizzazione, redenzione, non é il risultato del nostro sforzo di coerenza umana, ma é conseguenza dell' accettazione di quella compagnia.
"Salvare" vuol dire che l'uomo capisca chi è, capisca il suo destino, sappia come condurre i passi verso il suo destino e vi possa camminare.
E' incontrando questa Presenza che la persona incomincia a capire se stessa, a capire qual è il suo destino, a capire come andare al suo destino e con quale energia camminare.

Tratto da: "Giornata Mondiale della Gioventù:
da Toronto a Colonia, Roma 10-13 aprile 2003
Don Giorgio Pontiggia
Rettore dell'Istituto Sacro Cuore di Milano"
www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/laity/ Colonia2005/rc_pc_laity_doc_20030805_p-pontiggia-gmg_it.html

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Il tuo volto, Signore, voglio far risplendere
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